Prima che a Trastevere arrivassero le gelaterie veramente buone, come quelle che sono abituato a trovare a Bologna, c’era una gelateria in cui andavo sempre. Circondato da gelati immangiabili, era l’unico per cui valesse veramente la pena di pronunciare la frase “andiamo a mangiare un gelato”. C’era solo un problema: il nome.
Gelateria Ping. Non che fosse un problema di per sé, ma per diversi anni mi sono chiesto che senso avesse chiamare una gelateria come un ristorante cinese. Ogni volta che arrivavo a piedi, leggevo l’insegna e scuotevo il capo prima di entrare, come uno di quegli anziani brontoloni che si lamentano tra sé e sé dei bambini che giocano a pallone, senza neppure prendersi la briga di bucargli il pallone. E infatti non mi sono mai azzardato a chiedere lumi sull’origine di quell’eccentrico nome, per non correre il rischio di venire bandito ed essere costretto a tornare a Bologna ogni volta che voglio mangiare un gelato decente.
Poi una sera sono in casa e mi viene un impellente desiderio di gelato, però è tardi. Troppo tardi. So che d’estate la gelateria è aperta fino a tardi, ma è quasi mezzanotte e voglio evitare di uscire per niente. A quel punto ho l’illuminazione e decido di telefonare. Cerco su Internet “Gelateria Ping” e non compare nulla. Allora vado sul sito delle Pagine Bianche e faccio la stessa cosa senza risultati. L’unico risultato simile è una tale gelateria Ping Pong che risulta essere nello stesso quartiere, ma so per certo non essere lei: la mia gelateria si chiama Ping! Esattamente come il ping che misura il tempo di latenza delle reti Internet. Chissà, forse il proprietario è un nerd appassionato di computer. In ogni caso, del numero di telefono non c’è traccia e nel frattempo si è già fatta mezzanotte passata e decido di non rischiare.
Una settimana dopo passo in macchina davanti alla gelateria di rientro verso casa e lancio un’occhiata distratta all’insegna: Gelateria Pong. Non riesco a crederci, ero convinto che si chiamasse Ping. Assurdo. Ecco perché non sono riuscito a trovare il numero di telefono. Scrollo il capo dinnanzi alla mia memoria ballerina e mi viene persino il dubbio di essere un po’ razzista per aver confuso un Pong con un Ping, dopo che per anni ho schifato i ristoranti cinesi in favore di quelli giapponesi.
Mi piacerebbe poter dire che la storia ha un lieto fine, ma come spesso accade, anche questa volta la vita aveva in serbo per me un triste destino, il giorno che per la prima volta mi dirigo verso la gelateria camminando sul marciapiede opposto rispetto a quello che percorro arrivando da casa mia. Quando arrivo davanti alla mia rivendita abituale di gelato, quello che mi si para dinnanzi agli occhi è una delle più grandi epifanie della mia intera esistenza: per la prima volta riesco a vedere l’insegna della gelateria nella sua interezza.

Gelateria Ping Pong. Sicuramente non è stato un genio del marketing a ideare l’insegna (che qualche anno dopo è stata sostituita con una un po’ più chiara), visto che è leggibile soltanto guardandola da una certa angolazione come l’Abramo Lincoln di Dalì, però bisogna essere anche abbastanza rincoglioniti per non aver neppure lontanamente provato a fare una minima deduzione logica. Ma del resto io sono così, posso passare davanti a tutti gli Abrami Lincoln del mondo, ma per quanto mi sforzi l’unica cosa che riesco a vedere è un culo di donna. Che ci volete fare?
