Avete presente l’amico ultraquarantenne che prova in tutti i modi a farsi piacere la musica trap perché non vuole accettare di essere invecchiato? Ecco, io sono così, però per gli eBook. È da oltre un decennio, infatti, che a cadenza regolare mi costringo a leggere un libro in formato salva foreste. Di solito succede quando ho un’impellenza di leggere un romanzo talmente urgente da non potere attendere il passaggio in libreria il mattino dopo. L’altro ieri era uno di quei giorni.
Allora acquisto l’eLibro, ma proprio un istante dopo il pagamento, il sito finisce in manutenzione notturna e non c’è modo di scaricarlo per leggerlo sul mio lettore per libri non di carta. Il giorno dopo ci riprovo e stavolta è l’applicazione Adobe per la validazione della licenza a fare le bizze. Dopo un quarto d’ora al telefono con il supporto tecnico che mi parla con acutissime metafore tipo “la licenza digitale è un po’ come una chiave che apre un lucchetto”, dando per scontato che sono un analfabeta digitale, mi girano le palle, chiedo il rimborso dell’acquisto e mi dirigo verso la libreria Feltrinelli più vicina, 16 ore esatte dopo l’acquisto impellentissimamente urgente, roba tipo da questione di vita o di morte.
E mentre entro nel negozio, mi rammento di essere un tipo analogico, di quelli proprio con le rotelle e gli ingranaggi. Provo piacere fisico a prendere in mano i libri, a sfogliarli, leggere le quarte di copertina, chiedermi cosa spinge certi editori a scrivere trame che mettono tristezza persino alle sinossi dei film da festival. È meraviglioso vedere le foto da pirla che certi scrittori hanno scelto, leggere le biografie pretenziose di certuni, adorare quelle dal basso profilo di altri (robe tipo “Sono nato a Pavia e vivo a Vercelli con un gatto, questo è il mio terzo romanzo”. Genio).
Ma soprattutto, amo guardare con disprezzo i best seller da supermercato. Quelli che non comprerei mai. Che siano cuochi da reality, influencer da quattro soldi, politici narcisisti, tronisti di quel programma che non è il Grande Fratello ma è stupido uguale e forse di più. Roba che in confronto le cinquanta sfumature di grigio sono un tripudio orgiastico di alta letteratura stile D’Annunzio senza costole.
E mentre giro e sfoglio e guardo, mi ricordo il vero motivo per cui ha senso ancora leggere i libri di carta. Sebbene occupino fin troppo spazio, assecondino la mania dell’accumulo fisico degli oggetti tipico della società capitalistica, costino troppo, e non sono resistenti all’acqua come il nuovo iPhone. Le copertine.
Se un libro ha una bella copertina, ha già di per sé un senso di esistere, indipendentemente da quello che contiene all’interno. All’improvviso ne ho la certezza: non esiste libreria digitale che può restituire il piacere di passare in rassegna le copertine finché una all’improvviso non attira la tua attenzione. È stato così anche quel giorno. Una copertina magnifica, sexy, conturbante, enigmatica, si staglia nella scaffalatura in mezzo agli altri libri. Sobria. Elegante. Completamente gialla, il mio colore preferito. E per titolo, un’unica lettera nera: “E”.
Rimango folgorato. “Questo è marketing”, penso. “Come posso essere stato così ingenuo da incartarmi nello shopping online e privarmi del piacere della scoperta di cotanta abbacinante bellezza?”. La cosa che mi attira maggiormente è la totale assenza del nome dell’autore. Alla faccia di Elena Ferrante! Questo/a sì che è uno/a con le palle/ovaie (prendo le distanze dalla fallacia intrinseca del politicamente corretto). Uno scrittore/trice/tori/trici con il coraggio di osare, in un mondo drogato dal desiderio di apparire. In quel preciso istate, so che devo assolutamente leggerlo, indipendentemente dal suo contenuto.
Con uno slancio impetuoso lo afferro e mio malgrado smaschero l’enigmatico mistero che si cela dietro al giallo del libro giallo scoprendo che… si tratta semplicemente del cubo della lettera “E” per organizzare i libri in ordine alfabetico. E così, vittima della delusione più grande della mia vita, afferro il libro che mi sono recato lì a comprare e mi dirigo alla cassa con la coda tra le gambe.
«Ha la tessera Feltrinelli?»
«Sì, ma non ce l’ho con me.»
«Come si chiama?»
«Andrea Bacci.»
«Mi escono 25 pagine di Bacci. Ha un dato più dettagliato?».
«Ho tutti i dati che vuole. Quale preferisce?»
«Dove ha fatto la tessera?»
«Bologna. Ma non sono residente a Bologna.»
«Non mi risultano Bacci Andrea a Bologna. Troppo lungo. Niente, non si può fare, ci vuole troppo tempo. Sono 16 Euro e 50».
«A dire il vero, non porto mai con me la tessera Feltrinelli perché la trovano sempre tutti i cassieri in 2 secondi.»
«Allora mi deve dare un dato più dettagliato. Tipo l’e-mail.»
Faccio lo spelling dell’e-mail.
«Ecco: così l’ho trovato. Però non è residente a Bologna.»
«No, infatti, come le spiegavo, non sono residente a Bologna anche se ho fatto la tessera a Bologna.»
«Vuole che cambiamo la residenza?».
«La mia residenza che c’è sulla tessera è giusta, non occorre cambiarla.»
«Come desidera». Mi allunga il libro.
«Potrei avere una busta?»
M’infila il libro in una busta vera e propria, senza manici, come fosse una lettera da spedire in posta o, peggio ancora, un DVD porno da nascondere. E con il mio libro occultato alla vista dei curiosi stile bottiglia di birra dei barboni americani, m’incammino stancamente verso casa.
“Prima o poi devo ricominciare a leggere sul mio splendido eBook reader”. Penso.
“Così non devo uscire di casa solo per comprare un libro”.
“E sono già pronto per il prossimo lockdown”.